segunda-feira, 6 de setembro de 2010

Il pomodoro di Pachino? E' israeliano

Il successo dei pomodorini si deve ad una varietà di semi introdotti in Sicilia dalla Hazera Genetics.   L'azienda israeliana ha introdotto nell'ortaggio due geni che li conservano a lungo

Pomodori di Pachino (Ansa)

Milano - Qualche giorno fa il ministro Galan, parlando dell’importanza della ricerca in campo agricolo, ha affermato che il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele e poi trapiantato in Sicilia. In molti si sono stupiti: «E' mai possibile che un prodotto tipico italiano abbia una origine straniera?». Certamente. Il ministro Galan non ha sbagliato. Sino alla fine degli anni ottanta nelle case degli italiani si consumavano quasi esclusivamente i classici pomodori insalatari, di forma e grandezza variabili e di colore dal verde al rosso. I pomodori piccoli a grappolo non si trovavano al supermercato, per non parlare di quelli «ciliegino» che invece ora sono diventati popolarissimi e molto ricercati. Pomodori di questo tipo, a volte di colore giallo rossastro, venivano coltivati prevalentemente negli orti familiari del meridione e definiti «da serbo» perché vi era l’usanza di appenderne i grappoli al riparo dalle intemperie e conservarli per il consumo invernale.

LE VARIETA' - Oggi al supermercato troviamo una grande varietà di pomodori e tra questi spiccano quelli provenienti da Pachino. In quel paese in provincia di Siracusa e in alcuni paesi limitrofi si produce un pomodoro che dal 2003 può addirittura fregiarsi dell’IGP (Indicazione Geografica Protetta). In quell’area il clima, la temperatura, il suolo, la posizione e la salinità dell’acqua di irrigazione sono particolarmente adatti a produrre uno dei vanti dell’agroalimentare siciliano e italiano: il «pomodoro di Pachino» IGP. Con questo termine il consumatore identifica ormai il classico pomodoro «ciliegino». In realtà il marchio IGP identifica solo la zona di produzione e vi sono altre tipologie di «pomodori di Pachino», come il costoluto o quello tondo liscio. Le prime coltivazioni di pomodoro in quell’area risalgono al 1925, lungo la fascia costiera. Negli anni ’60 nascono le prime serre di copertura in polietilene, che ancora oggi caratterizzano queste produzioni. In quegli anni si coltivavano prevalentemente pomodori insalatari a frutto grosso. Ma non sono state le antiche varietà locali, come qualcuno pensa, a portare al successo il pomodoro di Pachino. Nel 1989 l’azienda sementiera biotech israeliana, Hazera Genetics, introduce in Sicilia attraverso Comes S.p.A, divenuta poi Cois 94 S.p.A, due nuove varietà di pomodori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. Nel giro di pochi anni questi due prodotti raggiungono una enorme popolarità ed entrano nelle case di tutti gli italiani e la tipologia ciliegino diventa sinonimo di «pomodoro di Pachino». Il successo dei semi di Hazera continuerà negli anni successivi con altre varietà come il datterino Lucinda o il ciliegino Shiren. Ben presto anche altre aziende sementiere, quasi sempre straniere, sviluppano le loro varietà registrate a grappolo o ciliegino, come il Cherry Wonder di Asgrow o il Conchita di De Ruiters seeds. Hazera è una azienda sementiera attiva anche nel campo degli OGM, ma il ciliegino Naomi, il pomodoro a grappolo Rita e i semi più recenti sono stati ottenuti con altre tecniche biotecnologiche e non sono OGM.

SEMI IBRIDATI - Determinante per il successo di questi pomodori è stata l’introduzione, da parte dell’azienda biotech israeliana, di due geni (chiamati rin e nor) che permettono di mantenere inalterate le caratteristiche del prodotto per un periodo di 2-3 settimane dopo la raccolta. Questi semi sono ibridi F1, come tanti altri semi frutto della ricerca scientifica delle aziende sementiere sviluppati negli ultimi decenni. Questo significa che ogni anno gli agricoltori devono ricomprare i semi ibridi registrati pena la perdita delle caratteristiche agronomiche desiderate. Questa non è una eccezione nel panorama agroalimentari italiano: sfogliando il catalogo delle varietà vegetali registrate nell’Unione Europea si scopre che molti altri prodotti italiani usano semi registrati da aziende sementiere straniere. Aziende che spesso sono le stesse grandi multinazionali che producono OGM perché negli ultimi anni nel settore sementiero e agrobiotech si è assistito ad un fenomeno di forte ristrutturazione e concentrazione. Praticamente ogni grande multinazionale agrobiotecnologica possiede una azienda sementiera che sviluppa e commercializza anche semi non transgenici. Sono passati i tempi quando erano gli agricoltori a costituire nuove varietà, selezionando e incrociando i migliori esemplari trovati nei campi, magari mutati casualmente. Oggi per produrre una nuova varietà agricola servono molti anni di sviluppo, investimenti e ricerca scientifica biotecnologica avanzata. Oltre che una visione strategica. Le moderne biotecnologie non sono nemiche dei prodotti tipici, le cui piante vengono continuamente migliorate pur rimanendo «tipiche». Nel secolo scorso la ricerca italiana era all’avanguardia nella genetica agraria. Saprà la politica rimettere in moto la ricerca italiana in questo campo e riportarla ai fasti passati?

Dario Bressanini
http://www.corriere.it/

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